Nella mitologia norrena, il Ragnarök non comincia con una battaglia. Comincia con un inverno. Non un normale inverno, per quanto terribile. Le fonti norrene descrivono Fimbulvetr, il "Grande Inverno", come una stagione interminabile di gelo che precede la distruzione del vecchio mondo. Ed è proprio questo uno degli aspetti più affascinanti del mito: prima che gli dèi impugnino le armi e che i mostri escano dai loro confini, è la natura stessa a iniziare a cedere.
La Völuspá, uno dei più importanti poemi dell'Edda Poetica, racconta che prima del Ragnarök arriveranno tre inverni consecutivi, senza essere separati dalla consueta estate. Tre anni di freddo. Tre anni durante i quali il sole non riuscirà più a riportare la bella stagione. E non sarà soltanto il clima a cambiare. Il poema parla di un mondo nel quale le condizioni di vita diventano sempre più difficili e gli uomini iniziano a combattersi tra loro. Il gelo e la fame portano alla disperazione. Le normali regole che tengono insieme la società cominciano a crollare e, in una delle immagini più crude della profezia, i legami familiari vengono spezzati. Fratello contro fratello. Parenti contro parenti.
La società umana precipita nel caos proprio mentre il mondo naturale diventa sempre più ostile.
Il Fimbulvetr è quindi molto più di una semplice descrizione meteorologica. Nella visione norrena, il mondo è costruito su un fragile equilibrio tra forze contrapposte: luce e oscurità, ordine e caos, vita e morte. Quando questo equilibrio comincia a spezzarsi, anche il ciclo naturale delle stagioni viene meno. Ed è significativo che il primo grande segnale della fine sia proprio la scomparsa dell'estate. Per una società agricola e pastorale come quella scandinava medievale, un inverno interminabile non era un'immagine astratta. Il freddo significava raccolti perduti. Gli animali avevano bisogno di cibo. Le scorte diminuivano. E quando le risorse diventavano insufficienti, la sopravvivenza stessa della comunità era messa in pericolo.
Il Fimbulvetr trasforma quindi una delle paure più concrete delle popolazioni nordiche, un inverno troppo lungo e troppo rigido, in una catastrofe cosmica.
Ma il Grande Inverno non è ancora il Ragnarök. È il suo preludio. Dopo il Fimbulvetr, le forze che erano state imprigionate o trattenute cominceranno a liberarsi. I legami verranno spezzati. Fenrir riuscirà a liberarsi. Jörmungandr, il Serpente di Midgard, emergerà dalle profondità del mare. Le schiere dei nemici degli dèi si muoveranno verso lo scontro finale. E persino il cielo verrà sconvolto. Il sole e la luna saranno inseguiti dai lupi che da sempre li inseguono secondo la cosmologia norrena, fino a quando la luce del cielo verrà meno. A quel punto il mondo sarà pronto per il Ragnarök.
Il Fimbulvetr è quindi una sorta di conto alla rovescia. Prima crolla l'equilibrio della natura. Poi quello della società. Infine arriverà la guerra cosmica.
C'è però qualcosa di particolarmente interessante nel modo in cui viene raccontato il Fimbulvetr. La profezia non descrive soltanto mostri giganteschi, divinità e battaglie. Parla anche di fame, paura, conflitti e sopravvivenza. È quasi come se il Ragnarök iniziasse dal basso, dagli esseri umani e dalla loro incapacità di sopportare una crisi che si prolunga troppo a lungo. In questo senso il Fimbulvetr è una delle parti più "terrene" della mitologia norrena. Non serve immaginare un drago o un gigante. Basta immaginare un villaggio che vede passare un inverno... poi un altro... poi un altro ancora. Le scorte finiscono. I raccolti non arrivano. Il bestiame muore. Le persone iniziano a perdere la speranza.
E lentamente il mondo conosciuto smette di funzionare.
Ed è qui che torna uno dei temi più importanti della mitologia norrena. La distruzione non è l'ultima parola. Dopo il Ragnarök, quando il fuoco avrà consumato il vecchio mondo e le acque lo avranno ricoperto, la terra tornerà a emergere. La vita ricomincerà. Due esseri umani, Líf e Lífþrasir, sopravviveranno al cataclisma nascondendosi in un luogo chiamato Hoddmímis holt e saranno destinati a ripopolare il mondo. Anche il sole avrà una discendenza: prima della sua distruzione, avrà generato una figlia che ne prenderà il posto nel nuovo mondo. Quindi persino nel momento più buio esiste già il seme della rinascita.
Il Fimbulvetr può sembrare infinito. Ma non lo è. Dopo il gelo arriverà nuovamente la primavera. Ed è forse questo il dettaglio più bello di tutta questa terribile profezia: per i Norreni, persino la fine del mondo non era davvero una fine.
Era la conclusione di un ciclo. E l'inizio di un altro.